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Expat Life

    Expat Life

    Io sono una Mamma, una Mamma Expat.

    Venerdì mattina ero a pranzo con delle amiche e mi chiedevano come andava con la bimba perché era un po’ che non le vedevo. Come va?

    Essere mamma è difficile. Essere mamma expat lo è ancora di più.

    Sono sempre combattuta quando dichiaro questo perché da una parte non riesco a non riconoscere il privilegio della libertà concessami: nessuna pressione nel come fare le cose, nessun giudizio, nessun consiglio non richiesto. Nessuno che quindi mi possa far sentire inadatta nel mio ruolo di mamma, per lo meno più di quanto non mi ci senta io. Però l’altra faccia della medaglia è proprio che non c’è nessuno. Nessun aiuto e nessun confronto.
    Una mamma expat è una mamma 24 ore per 7 giorni per 365 giorni l’anno: non che le altre mamme lo siano da meno ovviamente, ma un buon 90% ha sicuramente la mamma, la suocera, la sorella, l’amica, la zia, la Pina, che possa tenerle il bambino mentre lei fa la scappata in farmacia oppure si concede un aperitivo con l’amica o un cinema con il marito.
    Io in quanto mamma expat devo andare ovunque con lei. Pure al

    controllo dal ginecologo post parto me la sono dovuta portare. Oltretutto, vivendo in Wisconsin, ho pure il freddo da fronteggiare e quindi la preparazione per uscire diventa una cosa lunga: prendere BabyL, infilarla nella tutina da scii, litigare per spalmarle della crema per il freddo, litigare per infilarle i guantini, litigare per infilarle il cappello, litigare per allacciare la cintura del car seat. Il tutto con me, affannata per le varie lotte, già infagottata stile omino Michelin perché guai a perdere due minuti a vestirmi quando lei è già pronta per uscire: parte una sirena che salvati oh cielo! Ma alla fine ci siamo, infilo pupa in auto, borsa con tutto l’occorrente e parto. La mia ginecologa dista dieci minuti d’auto dei quali lei strilla..dieci. In cui io in quei dieci minuti farnetico su che fine han fatto i due liocorni per cercare di distrarla e ancora non ho una versione convincente sul loro destino. Una volta arrivate, appena la tolgo lei smette il pianto disperato che pareva stesse subendo le più atroci torture e mi guarda serafica come se nulla fosse, neanche la gratitudine di averla salvata. Io la amo troppo e rido di quanto è furba: credo che lo faccia solo per vedermi esibire in tutte le versioni musicali che mi invento su ‘sti due benedetti liocorni. O questo o mi prende per il xxxo, scegliete voi. Entriamo, mi registro alla reception e aspettiamo: la spoglio di tutta l’armatura e giochiamo un pochino. Dopo circa quindici minuti è il mio turno perciò prendo borsone, passeggino e bimba ed entriamo. Arriva l’infermiera, lei se ne sta nel passeggino a prendersi i “so cute” e sorride beata. Mi prova la pressione, due domande di routine, compila ed esce. Aspettiamo la ginecologa e io guardo speranzosa la furbetta sperando se ne stia buona ancora un po’. Arriva e parliamo. So cute. Sì, quando dorme, rispondo. Bla bla bla. Iniziamo la visita. Uehhhhhhh. Io in posizione leggermente uncomfortable mentre lei piange disperata dimenandosi come un’ anguilla e la ginecologa mi dice “Rilassati per favore”. Ah ah. Sta scherzando. No, non scherza, mi guarda, sorride comprensiva, si alza, prende la bambina, me la passa e mi dice: “Adesso rilassati”. Certo. RI-LAS-SA-TIS-SI-MA.

    Certo che potrei affidarmi ad una baby sitter ma non sono ancora così Americana nella cosa: mi sembra troppo piccolina per essere affidata a qualcuno che non conosco.
    E amiche ne abbiamo? Certo che sì e mi è già capitato di chiedere un favore in casi estremi, ma non ne ho mai abusato: fatico a chiedere una mano e sono sempre molto ottimista sul fatto che ce la possa fare da sola..e poi finisco RI-LAS-SA-TIS-SI-MA.
    Non sempre poi è lei ad accompagnare me ma io lei come quando andiamo dal pediatra e  come tutte le altre mamme, anche io mamma expat lo devo incontrare periodicamente e fin qui ci siamo.. solo che la comunicazione avviene in una lingua non mia e con la quale ancora ci litigo. E così parti già sapendo che una valanga di nuovi termini ti travolgerà rimbambendoti finché il pediatra impietosito ti prende le mani, ti fa sedere, ti asciuga la fronte, ti passa l’acqua e ricomincia da capo più lentamente e aggiungendo qualche gesto, così giusto per empatia verso te italiana. Fortunatamente il mio, ehm il pediatra di mia figlia è davvero paziente e dolcissimo però ci vado sempre con la paura di perdermi qualcosa di veramente importante di quello che dice e a fine di ogni seduta ricapitolo tutto in modo da essere sicura di aver compreso perfettamente.
    Ma le gaffe non mancano:
    IO: Lia has the air in the belly, what can I do for that?
    DR: Oh, don’t worry: it’s normal. A lot of babies have.
    IO: I know, but she cries a lot and I want to do something to help her.
    DR: She cries because of the hair on her belly? this is strange…..
    IO: ……………….
    Traduzione
    IO: Lia ha dell’aria nella pancia, cosa posso fare?
    DR: Oh, non ti preoccupare: è normale. Molti bambini ne hanno.
    IO: Lo so, ma lei piange molto e vorrei aiutarla.
    DR: Lei piange perché ha dei peli sulla sua pancia? Questo è strano……
    IO: ………………
    In inglese un’H fa davvero la differenza!!
    Ed ecco come essere una mamma Expat trasforma tutte le giornate in pura avventura e io le adoro tutte, anche quando sembrano lunghissime e arrivo a sera che mi addormento sotto la doccia.
    My name is Mom.. Expat Mom. ;)Alla prossima puntata di DesperateGreis!

     

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    Partorire in USA

    Per poter dare alla luce la mia piccolina ho “dovuto” affidarmi al servizio sanitario Americano per la prima volta, escludendo le visite durante la gravidanza.
    Avevamo già fatto il tour del reparto al corso di pre-parto, quindi una volta arrivati ci siamo orientati subito verso il reparto che ci interessava: registrazione, chiamano loro la mia ginecologa, mi trasferiscono in una stanza apposita per partorire. Mi sono sempre immaginata una sala operatoria mentre questa pareva più una stanza per un normale ricovero: un letto, una poltrona, comodino, televisione e bagno. La diversità stava nell’avere una grande vasca in camera se avessi voluto procedere con un part20140729-203337-74017793.jpgo in acqua e che il mio letto magicamente si trasformava in una evolutissima sedia con sbarre in ogni dove per aiutarmi nelle spinte. Tutto il tempo un’ infermiera, carinissima, mi ha assistito: si è allontanata solo quando mi sono addormentata ma rientrava periodicamente per controllarmi i valori. Quando ho finalmente abbracciato mia figlia, ci hanno lasciato due ore qui per monitorarmi, prima di trasferirci hanno preso le due impronte dei suoi piedini per registrarla, ci hanno messo a tutti e tre il braccialetto di riconoscimento e alla piccola hanno messo una bellissima cavigliera microcippata che avrebbe fatto suonare l’allarme qualora qualcuno avesse provato a portarla fuori dal reparto. E ha funzionato perché per sbaglio gliel’abbiamo sfilata ed è suonato l’allarme in tutto l’ospedale e sono corse guardie e infermiere in cinque secondi netti. Poi siamo stati trasferiti al piano superiore in una cameretta singola dotata di un piccolo divano letto dove il marito poteva dormire, televisione, telefono, la culla, un bagno privato con doccia e una poltrona. Davanti a me una lavagna e, ad ogni cambio infermiera, quella di turno arrivava, si presentava e scriveva il suo nome e sulla lavagnetta con un pennarello cancellabile. Ho ricevuto la visita della mia ginecologa, del pediatra per la piccola e dell’esperta per l’allattamento. In tutte e tre le  Read more

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    Be a Mom, Expat Life

    Cronache di un parto felice

    Il tutto è iniziato con una strana fila indiana capitanata da una me abbastanza ansimante, seguita dalla fedele compagna a quattro zampe e per ultimo il marito con tanto cronometro alla mano. Il tour della casa si è fatto tante volte quante almeno si percorre un’Indianapolis di dovere,  segnando sicuramente un nostro record personale: preparati teoricamente ad un lungo travaglio, ci siamo invece resi conto che tutto procedeva invece velocissimo, senza giri di prova. Ad un certo punto si è deciso di preparare un the caldo e ci è sembrato la cosa più giusta e normale da fare al momento. Mentre l’acqua  bolliva, si scuriva e si raffreddava, ci si è vestiti a festa e portato fuori il piccolo quadrupede, dopo di che lo si è bevuto e abbiamo salutato una casa che ci avrebbe visto ritornare con un nuovo ospite. Sulla strada verso l’ospedale,  Lui ha cercato di barcamenarsi tra i miei pianopiano, veloceveloce, fuufuu e i buchi neri nell’asfalto Wisconsiano, sempre senza perdere il suo sangue freddo. Il mio, neanche a dirlo, bolliva e, aggrappata alla maniglia dell’auto con tutte le mie forze, dispensavo smorfie sorrisi rassicuranti ai passeggeri delle auto accanto nelle fermate ai semafori: 2 rossi infinti. Nella maratona personale avanti e indietro nel corridoio della reception, aspettando la registrazione, l’incitazione univoca di tutte le infermiere era un felice “Good job momy!” a cui fortunatamente non sono mai riuscita a rispondere: i buoni propositi li avevo finiti ai semafori e quelle che mi passavano per la testa in quel momento non erano proprio risposte politically correct. Entriamo, dilatazione già a 4,5 cm, voglio qualcosa? Sì, drogatemi come più potete per favore, fa davvero male: il dolore sale a mille, poi scende a zero ma non ho nemmeno il tempo di realizzare la pausa che ritorno subito a mille. Iniziamo con gli analgesici e si rivela la scelta sbagliata: avete presente quando tutto il corpo vi abbandona inebriato dai fumi dell’alcool ma in un angolo del vostro cervello c’è una piccola parte di voi lucidissima che assiste inerme alla vostra disfatta, del tutto incapace di intervenire al disastro? Ecco. Pareva di essere su una giostra stile Peter Pan di Gardaland con le luci e il sottofondo da discoteca anni ‘70. Un delirio. E sentivo ancora benissimo tutte le contrazioni. Cambiamo: datemi l’epidurale subito, ora, adesso, veloci, N O W. L’anestesista arriva, procede nella lettura dei rischi di pretendendo la mia attenzione e poi la mia firma ( Wtf!?). Procediamo ed è il paradiso. Scema io che non l’ho fatta subito. Dormo, chiacchiero, scrivo pure due messaggi, mangio le mie caramelle da parto e rido rilassata. Nel giro di poco però il dolore ritorna e mi prende lo sconforto: sono stata imbrogliata come quando iniziai la dieta del gelato e persi 1 kilo nei primi due giorni e poi ne presi 2 nei cinque restanti. La ginecologa controlla, dice che ci siamo, dilatazione totale e la piccola vuole uscire: si aprono le danze.
    Il tutto è durato poco, Lui sempre al mio fianco ed è stato spettacolare: mi ha tenuta concentrata e non ha mai mollato, ha sdrammatizzato quando doveva e mi ha sostenuto quando invece ero scoraggiata, è stata la mia forza. Insieme abbiamo iniziato questo percorso e insieme l’abbiamo finito. Del momento cruciale ricordo bene un forte coro di “Keep doing!” che non ho voluto deludere anche se mi sentivo stremata. Poi un unico urlo, mio, e un pianto, nuovo e forte tra tutte le voci attorno, Lei. Uno scriciolo caldo e viscido con una macchia di capelli neri mi viene appoggiato sulla pancia, salviette calde, complimenti e lo sguardo emozionato di mio marito, dolcissimo. Non so dire quale è stato l’ordine dei pensieri tra ce l’ho fatta, quanti capelli ha!?, com’è grossa, è piccolissima, è nostra, é viola, é qui, ora mi cade, è bellissima, ha tutto al posto giusto, che piedini splendidi, Dio se è bella, l’ho fatto davvero. Ridevo guardando Lui e Lei, Lei e Lui e sentendomi meravigliosamente. Eccoti finalmente: benvenuta Lia io sono la tua mamma e questo è il tuo stupendo papà.
    I primi due giorni di Lia.
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    Come si diventa cittadino Americano

    Al corso estivo ho conosciuto un ragazzo Birmano che stava studiando per l’intervista per la Cittadinanza Americana e subito ne sono rimasta entusiasta. No, non intendo farla ma volevo assistere a questa cerimonia che, attraverso mamma tv, mi ha sempre colpito. Pensavo a queste persone che raggiungono finalmente il proprio sogno di approdare in terra Americana, riescono a rimanerci e in questo giorno ne diventano parte attiva. Immagino questi individui che provengono da Paesi devastati, repressi e poveri, dove per loro l’America è davvero l’America! Uomini che qui si riprendono la propria dignità che si era azzerata nel loro Paese e parlo di libertà che sia personale e/o economica. Perché questo lo si deve ammettere: in America le possibilità esistono e secondo me, se sei caparbio e non ti ammali prima di poterti permettere un’assicurazione sanitaria, puoi arrivare dove vuoi. E non intendo diventare il Paperon de Paperoni, ma semplicemente una persona normale con una vita normale in una casa normale  in un Paese libero. E per tanti questo credo sia ancora da conquistare.
    Da come potete intuire ho un’idea molto romantica di questa Cerimonia e quando a scuola ci hanno comunicato che si sarebbe tenuta in via eccezionale nel nostro Istituto e noi eravamo invitati a vederla ero davvero eccitata!
    La Cerimonia si è tenuta nel teatro della scuola: gli spettatori erano sulla balconata posta al secondo piano e sotto di noi ben 200 persone attendevano di prenderne parte.
    Ci sono state le presentazioni dei personaggi importanti e mi ha fatto piacere vedere, ma sono sicura non sia stata una casualità, che tutti erano immigrati diventati cittadini Americani e ora ricoprivano cariche quali giudice (Haiti), direttore scolatico (irlanda), responsabile ufficio scambi internazionali (Turchia), ect..
    IMG_3809Il giudice era una donna sui quarantacinque anni ed è stata eccezionale: era emozionata e ha chiamato ogni Paese presente, ha raccontanto la storia dei sui genitori immigrati che sono arrivati quarantanni fa con tre dollari, tante speranze e due figli piccoli. Delle difficoltà, della loro determinazione e di cosa hanno saputo costruire e dare ai propri figli: una storia bellissima e toccante. Poi ha fatto un lungo discorso dando a tutti il benvenuto in questa nuova avventura dove avrebbero preso i diritti e i doveri che gli spettano, quali anche votare e pagare le tasse, e ha sottolineato di non dimenticarsi delle proprie usanze e tradizioni . Ha insistito più volte sull’essere attivi nella comunità, di partecipare con orgoglio perché l’America non è un Paese perfetto ma occore fare ancora molta strada perché lo diventi. “C’è davvero bisogno di voi” ha concluso.
    Ci sono stati più video sull’orgoglio Americano, sulla libertà in America, sui morti per questa terra delle opportunità, opportunità per tutti senza distinzioni.
    In ultimo giuramento di fedeltà, Oath of Allegiance:

    I hereby declare, on oath, that I absolutely and entirely renounce and abjure all allegiance and fidelity to any foreign prince, potentate, state, or sovereignty of whom or which I have heretofore been a subject or citizen; that I will support and defend the Constitution and laws of the United States of America against all enemies, foreign and domestic; that I will bear true faith and allegiance to the same; that I will bear arms on behalf of the United States when required by the law; that I will perform noncombatant service in the Armed Forces of the United States when required by the law; that I will perform work of national importance under civilian direction when required by the law; and that I take this obligation freely without any mental reservation or purpose of evasion; so help me God.[1]

    Ultimissimo video di Obama e il tutto si è concluso in poco più di un’ora: i nuovi cittadini si mettono in fila per ritirare il proprio diploma e fare le foto di rito.
    E’stata davvero coinvolgente: l’orgoglio Americano super idealizzato come è giusto che sia in questa occasione, le persone emozionate, l’atmosfera solenne. Sono stata felice di parteciparvi perché molti miei compagni di corso presto ne saranno i protagonisti e non potrò partecipare alla loro quindi questa varrà un po’ per tutti.

    E adesso vediamo nello specifico questa Cittadinanza Americana per naturizzazione.
    Per richiederla devi aver la Green Card da almeno cinque anni quindi vivere in America ed esserci stato per almeno 30 mesi di questi cinque anni, tre se sei sposato con un cittadino Americano, e devi partecipare ad un’intervista dove sarai interrogato sulla storia e la Costituzione Americana, logicamente devi capire e farti capire quindi l’inglese è indispensabile.
    Cosa comporta la cittadinanza? Diritti, previlegi e doveri.
    Partiamo da questi ultimi: essere chiamati a far parte di una giuria e pagare le tasse, ci sarebbe anche dare servizio militare all’occorrenza ma ora non è in uso.
    Diritti: il dirritto di vivere e lavorare negli U.S.A., la libertà di entrare e uscire dal confine, votare e candidarsi alle cariche pubbliche. I previlegi sono quelli di avere come appoggio lo Stato Americano in qualsiasi situazione problematica in un altro Paese, non si è deportati in quanto Cittadini, si può investire, ect. Ho letto che chi presta servizio militare per gli Stati Uniti può velocizzare le pratiche e richiedere la cittadinanza.
    Ricordatevi che potete tenere la vostra Cittadinanza e averne due!
    Qui potete trovare il modulo da compilare per la richiesta.. ma se già ci avete pensato sarete già informati di tutto e quindi TANTI AUGURI a chi si avvia per questo percors! 😉

    Aggiungo questi link da dove ho preso le informazioni:
    http://travel.state.gov/travel/cis_pa_tw/cis/cis_1753.html
    La doppia cittadinanza è possibile per alcuni Paesi, tra cui l’Italia, altri non lo permettono, qui l’elenco.

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